Partenze programmate

Quest’anno per evitare i soliti rischi insiti nelle feste natalizie mi son deciso a comprare il biglietto con largo anticipo, così da stare tranquillo che un mezzo di locomozione per tornare a casa ce l’avevo, senza patemi.

L’orario di partenza non è il massimo ma neanche di quelli che ti obbligano alla sveglia in piena notte. Devo solo capire come arrivare dall’altro capo della città, dove da una decina d’anni fermano gli autobus extraurbani. Sono oltre 3 chilometri dal centro, per intenderci. Elaboro un programma semplice: bagaglio chiuso max in serata, sveglia alle 7 , doccia, bus urbano alle 7.30, poi mezz ora al bar in attesa che alle 8,35 parta il bus extraurbano.

Ma non sempre quando programmi qualcosa nella tua vita va tutto liscio, meno che mai quando si tratta di partire. Non è il momento di ripercorrere tutti gli autobus, treni, navi e anche aerei persi per una manciata di minuti, un imprevisto, una disattenzione, un calcolo temporale sbagliato. Non so voi ma se sommassi tutte le mie disavventure legate alla partenze avrei abbastanza materiale per un libro (quasi quasi…).

Chiudo il bagaglio che sono le 2 di notte, pazienza dormirò un po’ meno, mi dico poco prima di svenire nel letto. Ma la sveglia non suona, anche se lei dice il contrario e solo alle 7.35 prendo coscienza del fatto che è già tardi. Fortuna che ho vicini rumorosi, se non fosse stato per il loro intenso chiacchiericcio mattutino starei forse ancora dormendo, cerco di consolarmi anche se in realtà di solito non apprezzo tale modalità.

Non so voi ma io al risveglio sono come un diesel, anzi come una vetusta centrale a carbone, mi si accende un settore per volta, pure le considerazioni arrivano un po per volta. La seconda riflessione è che il bus urbano è perso, a breve seguirà quella per cui serve un piano B ma al momento sono ancora inchiodato nel letto, alle prime due riflessioni non è seguito e in genere non segue mai un pungolo a scapicollarmi dal letto.

Trascorre qualche apatico minuto, mentre le lampadine continuano ad accendersi e mi sono sgranchito gli arti e posato i piedi per terra. Da lì alla posizione eretta con tutto quel che ne può discernere non è un attimo ma manca poco. E infatti inizio anche a ragionare, piano ma inizio.

A piedi è lunga, si potrebbe fare, ma rischio seriamente di non arrivare in tempo; in verità non so quanto ci vuole e non so quando riuscirò ad uscire di casa quindi in automatico la scarto; altri bus urbani partono più tardi e fanno giri troppo lunghi; serve un taxi.

Cerco sul web, perdo un po’ di tempo alla ricerca di un servizio che non sia il sito di un singolo tassista, ne trovo uno e chiamo. Qualcuno dopo tanti squilli risponde, ma neanche il tempo di dire la destinazione che attaccano. Riprovo. Un altra voce mi dice che lui non può, è lontano, devo richiamare. Capisco che è un servizio taxi un po su generis. Al terzo tentativo non risponde nessuno, nel frattempo mi lavo almeno la faccia e i denti, sono quasi le 8. Finalmente risponde qualcun altro, mi dice che non può neanche lui ma prova a mandare un suo amico. Mi chiede uno sproposito, glielo faccio notare con discrezione, non si schioda. Vabbè, accetto. Dice che mi richiama. Per cosa? Per conferma? O è confermato? Boh… aspetto e nel frattempo mi vesto ma nulla, passano altri 5 minuti, inizio a essere molto in ritardo decido di scendere in strada sperando che il taxi si materializza, ma nulla. Aspetto qualche minuto poi inizio a muovermi , in cerca di qualche taxi per strada. Neanche 50 metri che mi chiama qualcuno. Mi apostrofa in malo modo calcando l’accento sulla parola MAI. Secondo la voce io non mi farei MAI trovare. Intuisco che deve essere il tassista che doveva chiamarmi dieci minuti addietro e tralascio che è la prima volta che chiamo a quel numero; per sua fortuna sono ancora assonnato e non rispondo a tono come meriterebbe, anzi cerco di placarlo, gli spiego che ho atteso invano ma lui non vuol sentire ragioni, insiste con l’attacco frontale, io ribadisco che sono dietro casa e in un battibaleno torno davanti casa ma nulla, sentenzia che il taxi se n’è andato. Era meglio se lo mandavo subito a cagare, visti i toni, ma intanto inizio a temere di non farcela.

Vado a piedi verso la stazione centrale, là ci sono sempre taxi. Non ho altre idee. Son quasi giunto che squilla di nuovo il telefono; chi sarà mai? È l’autista dell’autobus extraurbano che, non vedendomi alla fermata, mi chiede che fine abbia fatto. Sorpreso e grato della premura, gli dico che ora prendo un taxi, se gentilmente può aspettarmi. Chiudo la conversazione rasserenato, forse ce la faccio a partire. Ma alla stazione niente taxi. Chiedo conferma a un autista di bus cittadini, mi dice che saranno in giro, mi propone di chiamare un numero affisso a un palo, è lo stesso che mi ha fatto impazzire e trattato a schifo, gli chiedo se c’è qualche bus che va da quelle parti, lui fa uno scatto in avanti, ferma un bus appena partito e mi fa salire.

Non so quanto ci metterà e non so se mi aspetteranno, ma più di così non saprei cosa inventarmi. Risquilla il telefono. Allora? Sono su un bus – rispondo – non c’erano taxi. Mi chiede di passargli l’autista, parlano fra loro. Intuisco che la loro preoccupazione è che il bus cittadino possa essere fermato dal traffico e a quel punto il ritardo sarebbe eccessivo.

In pratica per lenire il mio ritardo un dirigente della ditta che era alla fermata mi viene incontro con la sua auto, mi preleva dal bus urbano in mezzo alla strada, fa partire l’altro bus e ci incrociamo prima che inizia la superstrada. Ringrazio imbarazzato, poi salgo sul bus scusandomi con l’autista, contento di essere in viaggio anche perché è l’unico giorno dell’anno che posso vedere sorelle e nipoti tutte assieme, poi partono.

Post scriptum: certo a sapere che in famiglia erano tutti influenzati o raffreddati e ho trascorso natale con 40 di febbre, magari tutta sta premura a partire mi passava…!

24 dicembre 2018

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