Viaggio ai tempi del covid – 9

LA TRADIZIONE

E’ ora di cena, ci siamo sistemati e, ovvio, si va a mangiare.

Ma dove? Che domande… al momento c’è solo un ristorante nel borgo e fortuna che ce n’è almeno uno, di questi tempi neanche è una certezza.

Qui come altrove, la presenza di operatori turistici è una scommessa che non tutti si sentono di fare, meglio il posto fisso, se c’è. O andare altrove ad aprire qualcosa.

Serve un flusso costante, sebbene di piccole dimensioni adeguate al territorio, per smuovere qualcosa.

Di solito i menu dei ristoranti di questi splendidi ma poco noti luoghi sono quasi tutti uguali, con un’offerta limitata a primi piatti, antipasti di formaggi e salumi e come secondi tanta carne, perché questa è la richiesta.

Inutile dire che poi basta guardarsi attorno e si notano orti pieni di ogni ben di dio, ma sul menu non se ne trova traccia. Neanche che so una parmigiana di melanzane. È tutto pensato per una clientela locale, che predilige cosa non mangia già regolarmente in casa. Comprensibile. Magari un giorno cambierà, ma dipende appunto se arrivano viaggiatori o anche lavoratori desiderosi di assaggiare tipicità del luogo.

Poi ogni tanto si incontra qualche simpatica eccezione frutto della passione di qualche personaggio del luogo. Come stavolta: c’è il piatto tipico in cottura, pasta fatta in casa con la farina di fave conditi con legumi. Abbiamo mangiato e bevuto bene, il vino della casa scendeva una meraviglia.

Il prezzo modico, ca va dans dire!

– Si può pagare con la carta?, chiedo.

– No qui solo in contanti, mi risponde educata la ragazza mascherata. E aggiunge pacata: siamo tradizionali qui.

Ah… mmmh… non so a voi ma a me questa risposta un po’ mi ha spiazzato. Abbozzo: beh la tradizione a me piace per quanto riguarda l’enogastronomia.

Non è che voglio lo scontro né affermare che ho ragione io col mio pensiero da cittadino turista. Però mi è uscito spontaneo.

Lei non si scompone, quello che doveva dire l’ha detto. La mia riflessione le scivola addosso ed evapora.

Caccio le banconote dal portafoglio e pago.

– C’è una banca dove poter prelevare?, chiedo.

E lei, serafica: no deve andare al paese a fianco.

Eh no vedi allora ho ragione io! Non ha mica senso andare ogni volta al paese a fianco a prelevare, attrezzatevi! Mi verrebbe voglia di dire tutto ciò ma mi fermo in tempo. Il ronzio del calabrone sotto la lampada posta sopra al nostro tavolo mi ricorda che in fondo ogni tanto mi ronza in testa un dubbio, che poi è sempre lo stesso da anni: facile per noi turisti vivisezionare il pensiero autoctono e dire questo sì, questo no, questo va bene il resto via, buttarlo, eliminarlo, cambiare.

Ecco il dubbio è: non è un tipico retaggio di cultura colonialista?

io turista ti porto i soldi, tu indigeno non sai niente, niente di cosa è importante e cosa no, te lo insegno io. Il dio denaro ti mostrerà la via, devi solo ascoltare la sua voce e seguire i suoi insegnamenti, farà di te una persona migliore e capace di vivere coi giusti valori. I miei.

Ho sto dubbio qua.

Fastidioso come il calabrone ma di solito non gli do troppo peso, resta lontano e posso anche fregarmene. Fino al prossimo borgo.

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