Qualcosa non torna – 10

Nel bel mezzo di ferragosto il tam tam di notizie sui nuovi contagi che giungono fino alle più remote colline dove mi trovo per finire il mio ultimo libro e iniziare a scrivere qualcosa di nuovo, mi spingono a riaprire la rubrica con una decima riflessione sul tema.

Provo ad riannodare velocemente il nastro per non sbagliare: abbiamo invocato a gran voce la riapertura delle frontiere fra maggio e giugno, almeno quelle fra gli Stati europei. Sarebbe stato meglio lasciarle chiuse ma la paura di perdere possibili turisti a scapito di nazioni concorrenti ha invogliato tutti a lanciarsi prima con accordi bilaterali e poi con un accordo comunitario per il liberi tutti.

Non fosse stato che per motivi legati all’economia turistica, già messa a dura prova dalla prima ondata della pandemia, i governi se ne sarebbero infischiati dei cittadini desiderosi di non sentirsi più in gabbia e speranzosi di poter tornare a viaggiare all’estero, meta preferita da un 40% di turisti italiani.

Alla fine il compromesso raggiunto fra i vari ministri degli stati europei ha previsto riapertura delle frontiere e possibili successive restrizioni areali in base all’andamento della curva epidemiologica. Ma poiché poi l’Unione Europea non è più intervenuta sull’argomento, ogni Stato ha iniziato a mettere dei paletti sia interni (mascherina all’aperto in alcune grandi città turistica, divieto di fumare all’aperto in zone affollate, chiusura di locali in orari di movida….) che esterni. All’inizio, per scongiurare che i propri cittadini andassero in un determinato posto, c’erano al più degli appelli, dei consigli; negli ultimi giorni si è passati a provvedimenti di fatto vessatori per chi viaggia in determinati paesi, tipo l’obbligo di quarantena al rientro.

E qui viene la mia riflessione.

La stampa italiana è tutta orientata a inviare questo messaggio: i turisti italiani vanno sani all’estero e tornano col virus. Ora, magari in qualche caso è andata così, ma visto che il virus si mormora (lo mormora l’OMS) abbia un incubazione di 14 giorni, non è più facile pensare che ancora una volta il virus lo stiamo portando (anche) noi in giro, partendo che è ancora in incubazione e poi esplode al rientro o durante il viaggio?

Capisco la voglia di riscatto dopo che a febbraio siamo stati tacciati a torto o a ragione di essere gli untori d’Europa, ma arrivare all’eccesso opposto fa quasi ridere, se non fosse che intanto è partita la gogna mediatica, il cerino stavolta rischia di rimanere ad alcuni PAesi. E se fra Francia e Inghilterra la decisione di uno è stata presa per par condicio dall’altra, stavolta quelli che rischiano di più sono le nazioni che campano sul turismo internazionale.

Detto fra noi, questo allarme lanciato dai media più che una notizia seria sembra che sia la tanto attesa campagna per il turismo di prossimità che doveva invogliare gli italiani a restare in Italia.

Al di là questo aspetto quanto meno imbarazzante quel che mi pare andrebbe sottolineato con forza è che il turismo, nel momento in cui risulta settore economico basilare di una nazione o di una Regione, specie se basato in prevalenza sugli arrivi internazionali (vedi Croazia, Grecia, Malta, guarda caso) diventa fattore di dipendenza più che di sviluppo, al pari delle monocolture di colionalistica memoria.

Al di là se sia vero o meno che i turisti italiani il virus se lo beccano in questi paesi, la corsa ad aprire i corridoi fra stati per accaparrarsi turisti internazionali è partita proprio da Croazia e Grecia. E sta provocando questa situazione che si poteva evitare.

Se dunque è probabile che queste notizie servano solo a far perdere clientela a questi paesi in una mera battaglia commerciale non dichiarata per contendersi i pochi arrivi internazionali, la lezione che se ne ricava dovrebbe portarci in tutt’altra direzione: non si può dipendere dal turismo. Le economie di tali Paesi sono da considerarsi malate.

One response to this post.

  1. In certe nazioni, le ferie le hanno fatte all’interno del Paese, forse sarebbe stato meglio così, per quest’anno, anche in Italia!
    Il “bonus vacanze” è stato cordialmente sconsigliato in quanto ci partecipavano troppo pochi albergatori o simili!
    Calcolando che la “Spagnola” durò tre anni, tra alti e bassi dei contagi e fu seguita da un numero di anni superiori di crisi economica, forse sarebbe stato meglio che i politici (italiani ed europei) avessero studiato la Storia e l’Economia.
    Il problema della scuola, potrebbe aiutare (speriamo non i soliti noti) le strutture alberghiere in difficoltà, sono le uniche che potrebbero ospitare classi nelle zone “comuni” . . . ma qualcuno ci ha pensato?

    Ti seguo sempre con piacere, ciao, Fior

    http://congedoparentale.blogspot.com/2020/07/svemester.html

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