Viaggio ai tempi del covid – 10

AL BAR

Il giorno seguente vado a far colazione in uno dei pochi bar del paese e mi rendo conto vieppiù della situazione che si è generata anche nei borghi a seguito del covid. Gli altri arriveranno a breve.

Sono poco distanti dalla piazzetta principale, Angela ce l’ha consigliato ed effettivamente si capisce che in tempi normali deve essere un luogo accogliente, con due ampie sala e tanti ninnoli affissi alle pareti che donano calore al tutto.

Ma neanche un tavolino.

Foto di Francesca Raimondi

Dentro giusto una persona, appoggiata a una pila di tavolini accatastati l’uno nell’altro, che parla col barista degustando un cicchetto.

Mi metto la mascherina e entro. E’ un gesto che non passa inosservato. E non è la prima volta che mi capita. Spesso ti guardano come un alieno, se non come un possibile untore. Forse perché non sei conosciuto.

Cavolo, un tempo entravi in un bar di un qualsiasi borgo e ti accoglievano ala grande, il forestiero porta una boccata d’ossigeno alle chiacchiere di una piccola comunità.

Ora invece solo sguardi diffidenti.

Ordino e esco fuori anche io, gli amici stanno per arrivare.

Nel patio giusto 4 avventori, decisamente pochi per chi conosce come i borghi rifioriscono in estate, più che durante le feste comandate. Chi è andato via sicuro un salto lo fa a salutare i parenti; e la sosta al bar è tappa d’obbligo, per motivi di socializzazione.

In questo periodo di solito si fa il pieno di saluti e abbracci, similmente all’accatastare la legna, per poi passare un inverno al caldo, sotto tutti i punti di vista.

Ascolto chiacchiere di emigranti. Si parla dell’unico contagiato locale fin qui rinvenuto, mi inserisco nella discussione, mi raccontano come è andata, una classica storia di emigrante che una volta chiusa l’azienda dove lavora se ne è tornato giù ed era andato pure a una cerimonia. Mi descrivono la paura che ne è conseguita, la quarantena per tutti i partecipanti, il sollievo generale per gli esiti negativi dei tamponi.

Le chiacchiere proseguono, un aspetto normale fuori a un bar. Ma oggi sempre col brivido.

Reciproco, immagino.

Un luogo che sembra di stare in Svizzera, i cui abitanti sono emigrati per lo più in Svizzera.

Uccio e il resto della comitiva arrivano vogliosi di cornetto e cappuccino.

“Non ci pensate alla linea?”.

“L’ho persa con il lockdown, meglio non pensarci”.

Al barista la voglia di parlare non manca, per fortuna. Ci spiega tante cose del paese, poi notando come ci guardiamo spaesati per tutto lo spazio interno vuoto aggiunge affranto: “qui in genere si viene a giocare a carte, ma le ho dovute togliere per via del virus”.

Salutiamo grati. E’ tempo di andare verso la casa di Lino.

Chissà cosa ci attende.

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