Turismo e genuinità

Quante avete volte avete sentito o detto che un teritorio merita di essere visitato perché genuino o autentico? E’ un po’ un mantra con cui il marketing turistico cerca di smarcare alcune destinazioni da altre che vengono considerate troppo cambiate rispetto a una non meglio specificabile origine, quasi volgari nel loro vendere servizi, ricette e qualsiasi altro elemento pensati per i turisti e dunque non più autentiche.

Ma è davvero così?

Quando chiedo ai miei studenti di farmi degli esempi di cosa intendono per un’esperienza autentica e genuina escono più o meno sempre le stesse situazioni: il vecchietto che narra una storia, l’anziana sigora custode delle ricette o di altre tradizioni e via discorrendo. Tradotto: l’esperienza sarebbe autentica se si intercettano persone, anche giovani, che raccontano o fanno vivere esperienze che sono basate sull’autentcità e genuinità, per il puro piacere di farlo, non basate sul “vil” denaro.

Ora mettiamoci nei panni del genuino di turno, che quindi di lavoro fa altro (nel senso: slegato dal turismo) o non è in età da lavoro (studente, pensonato); abbiamo due ipotesi: incontra per caso una coppia di turisti oppure viene contattato da un conoscente che lavora in ambito turistico.

1) L’incontro spontaneo

Senza dubbio il nostro local genuino vive anche lui una bella esperienza, torna a casa contento, il suo “guadagno” cui neanche pensa la prima volta sarà legato alla soddisfazione di aver fatto qualcosa di utile per il suo paese, o di aver incontrato persone con cui fare due chiacchiere o altri aspetti sociali legati alla relazione.

La settimana dopo capita un’altra coppia, e poi ancora e ancora. A questo punto la domanda sorge spontanea: o il nostro genuino local è un simpatico tontolone che non pesa mai quello che fa, nel senso che non riflette sulla sua esperienza, oppure a un certo punto tira le somme, quali che esse siano (mi piace e nel tempo libero continuo a farlo; mi piace ma mi prende tempo; dovrei almeno farmi offrire un caffè di tanto in tanto; potrei suggerire di andare a mangiare da zia Teresa che ha un ristorantino; quasi quasi cambio lavoro e divento guida….) e allora smette di essere genuino nel senso poetico che attribuiamo a questo termine perché inizia a soppesare il tutto.

E dunque

In molte destinazioni l’anziano di turno è diventato avvincente narrastorie o anche cicerone appassionato, per la gioia dei turisti in cerca di genuinità. Ma ammesso lo faccia sempre gratis, siamo certi che il suo agire non si trasforma nel tempo in un simpatico atto teatrale? Nel senso che se è una persona dotata di senno noterà quali storie piacciono di più e quali meno, modificherà i toni, accentuerà o modificherà il suo parlare. Fa parte della natura umana quello di evolversi.

Mi torna in mente una vignetta in cui un indigeno in una capanna vestito all’occidentale vede i turisti arrivare, si cambia e indossa un abito “tradizionale”, poi appena i turisti vanno via si reinfila i jeans. Peccato che non ricordo in che pubblicazione sta.

2) L’invito

Se invece c’è qualche agente turistco che ti chiede di dare man forte al suo tour, e anche qua la situazione si ripete nel tempo, il finale è simile, con in più uan riflessione ancora più semplice che può venire in mente: ma se lui ci guadagna anche grazie a me, perché non dovrebbe darmi qualcosa? O nel caso contrario, ma è pur sempre un soppesare, si prende le distanze dalla serialità del gesto e si da una disponibilità occasionale.

In entrambi i casi la scelta del restare genuini o meno in quanto riflesisone sul proprio agire, non rende l’atto genuino come le prime volte (non è piu un agire spontaneo). Resta però in piedi la possibilità che l’esperienza turistica (sia indviduale che organizzata) sia comunque considerabile genuina ammesso che ci sia abbastanza gente che ha voglia di raccontare o fare qualcosa gratuitamente come svaago dalla quotidianità.

Dal che evinco che per avere un turismo non dico genuino ma un minimo autentico serve una comunità sana che faccia per lo più altro nella vita. Sperare in altro significa pensare alle società e alle destinazioni come qualcosa di immobile, come le foto dei depliant. E invece ognuno di noi è cangiante nel tempo (anche breve), nessuno è uguale alla persona che era ieri.

Resta genuino o no? E quando nel caso smette di esserlo? E quindi chi lavora nel turismo è sicuro non genuino? E gli artigiani? Se genuino lo intendiamo come “vergine” allora nessuno lo è dopo la prima volta, se no dobbiamo trovare una cornice di senso che regga per separare genuini da non genuini in altro modo.

E seppure non si fosse più genuini, si può essere ancora autentici? Ne parliamo nel prossimo articolo.

L’immagine è tratta da una pubblicazione del 1993 che fu anche mostra denominata Homo turisticus, graficamente curata dallo Studio d’Arte Andromeda. Il Vagabondo ospitò la mostra a Napoli quasi 30 anni fa all’interno di un bus cittadino fatto parcheggiare fuori al maschio angioino. Se trovo qualche foto d’annata poi la pubblico.

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