Turismo e borghi – I parte

Lo sviluppo del turismo nei borghi vede affacciasi alcune critiche, scritti che puntano il dito chi contro alcune progettualità, chi contrapponendo lo sviluppo dei piccoli paesi a quello turistico. Come la penso? Partiamo dal bel libro dell’antropologa palermitana Anna Rizzo “I paesi invisibili”.

Il libro di Anna, oltre ad avere il pregio di restituirci una fotografia veritiera quanto struggente, impietosa ma poetica, di cosa sono oggi i paesi spopolati, muove critiche ad alcuni progetti turistici e ne approva altri. Non concordo su tutto quanto dice ma condivido l’impostazione di fondo e di seguito inizio a ragionare su alcuni aspetti.

I paeselli, come li definisce l’amico Gaetano Lofrano, presentano situazioni differenti, in base a chi ancora ci vive, a se ci siano delle piccole comunità capaci di apportare un vento di innovazione o se siano oramai abitate solo da memorie. Anche i progetti turistici sono differenti, ce ne sono di belli e di pessimi, oltre a quelli che si illudono di fare bene per un luogo e spesso falliscono. Non si può ragionare di turismo nei borghi in modo generico, bisogna saper distinguere.

Foto di Francesca Raimondi

Lo spopolamento non è colpa del turismo

Inizierei a dire che i problemi esistenti oggi nei paesi non sono causati dal turismo, ma sono ben più antichi (spopolamento, mancanza di servizi a iniziare dalle cure domiciliari, mancanza di stimoli culturali, corporativismo in base all’appartenenza…). E lo spopolamento non è solo questione di mancanza di lavoro ma anche di fuga dal rischio asfissia.

Come dico sempre, se da un lato il turismo non è di per sé salvifico, dall’altro non è neanche la causa di tutti i mali. Può essere utile a far sviluppare un borgo o è un fenomeno da evitare? La domanda non ha una risposta facile, se la analizziamo da tutti i possibili punti di vista.

I progetti turistici nei borghi

Certo, spesso i progetti turistici non alleviano tali difficoltà, ammesso che il turismo debba farsi carico dei problemi locali, argomento non scontato ma che sarebbe di sicuro auspicabile. Ma i fondi per il turismo sono differenti dagli altri possibili interventi, non c’è nessuna contrapposizione, si tratta di scelte sbagliate a livello locale, nulla vieta che si facciano sia progetti per il turismo che altri per migliorare il benessere della popolazione.

L’abitante temporaneo

La Rizzo fa una giusta critica all’uso del termine “abitante temporaneo”, usato ultimamente per definire un nuovo tipo di turista, più attento a cosa offre un luogo. Ci fa notare che il concetto di abitare significa farsi carico dei problemi della quotidianità, cosa che ovviamente è lontana dalle intenzioni di un qualsiasi turista, anche del più sensibile. Impossibile non essere d’accordo con lei ma va anche detto che di per sé il termine è accattivante e forse è il caso di usarlo per comprendere alcune categorie di turisti che tornano spesso nei luoghi, e sottrarlo all’uso distorto odierno. Un turista che si fa anche carico dei problemi di una località visitata. Ma per far questo serve stare di più nei posti o tornarci; il villeggiante potrebbe essere un abitante temporaneo perché trascorre nella sua seconda casa (beato lui) almeno un mese all’anno e quindi giocoforza se qualcosa non va è capace che si indigna pure lui. Pensiamoci.

In un prossimo articolo entrerò più nello specifico sul discorso dei progetti turistici che non coinvolgono le comunità locali.

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